Vincenzo Strino

Comunicazione Digitale

Non lasciare che i social ti rendano infelice

Non lasciare che i social ti rendano infelice

Quante volte, scorrendo la home di Facebook o di Instagram, abbiamo visto un post e abbiamo pensato: “Vorrei essere come lui/lei?”.

Bene, ora è ufficiale. Gli studiosi hanno analizzato i dati e confermato quello che già sapevamo nei nostri cuori: i social media ci rendono infelici.

Siamo vagamente consapevoli che tutte le altre persone che abbiamo intorno non possono essere assolutamente ricche, di successo, attraenti, rilassate, intellettuali e felici come appaiono sui social. Eppure non riusciamo a fare a meno di confrontare le loro vite con le nostre e di sentirci poco appagati. Ma quanto è diverso il mondo reale dal mondo sui social media?

Facciamo una serie di esempi partendo dai giornali. Ogni anno, nel mondo reale, il settimanale National Enquirer  vende quasi tre volte il numero di copie del mensile The Atlantic. Su Facebook, però, The Atlantic è 45 volte più popolare. Altro esempio? Il Circus Circus di Las Vegas è un hotel di medio budget adatto a tutti e, ogni anno, ospita lo stesso numero di persone del lussuoso Bellagio. Quest’ultimo però ottiene circa tre volte il numero di check-in (cioè i: “Vincenzo si trova qui”) in più su Facebook. Il motivo è semplice: siamo propensi a mostrare la parte scintillante della nostra vita, convinti che la normalità faccia schifo. Tutto qui.

Ma persone diverse in luoghi diversi possono avere differenti concezioni di ciò che è freddo e ciò che è imbarazzante. Prendiamo la musica. Secondo i dati di Insights Spotify su quello che la gente in realtà ascoltava nel 2014, uomini e donne hanno gusti simili. Su 40 artisti ascoltati più dalle donne, 29 erano quelli in comune con quelli ascoltati dagli uomini.
Su Facebook, però, gli uomini sembravano sminuire il loro interesse per artisti considerati più “da donna”. Per esempio, sempre su Spotify, Katy Perry è stata la 10° più ascoltata tra gli uomini, battendo Bob Marley, Kanye West, Kendrick Lamar e Wiz Khalifa. Non male. Peccato che su Facebook gli uomini preferiscano condividere questi ultimi invece che Katy (ndr: io invece l’ho sempre condivisa senza vergogna, almeno fino a quando la ascoltavo).
Ma la pressione sul come vorremmo apparire sui social media può fare molto di più che farci condividere cose invece che altre.
Chi soffre di diverse malattie utilizza sempre più i social per connettersi con gli altri e per aumentare la consapevolezza circa le loro malattie. Ma se una condizione è considerata imbarazzante, le persone hanno meno probabilità di associarsi pubblicamente con essa.
Un esempio: in America, la sindrome dell’intestino irritabile ed emicranie sono altrettanto diffusi. Ognuno colpisce circa il 10 per cento dei cittadini. Quelli che soffrono di emicrania hanno costruito su Facebook pagine di sensibilizzazione e gruppi di sostegno due volte e mezzo più grande di chi ha l’altra patologia.

Niente di tutto ciò è nuovo. Il detto “l’erba del vicino è sempre più verde” è stato coniato molto prima dell’arrivo dei social.

Negli ultimi anni ho cominciato ad occuparmi per lavoro dei dati di ricerca di Google e alla fine mi sono appassionato. Venendo da facoltà e studi liceali umanistici, ho questa visione romantica di Google, non come un freddo motore di ricerca, ma come un siero della verità. Da soli, davanti ad uno schermo, le persone tendono a comunicare a Google le cose che non rivelano ai social media.  E quelle parole digitate diventano più oneste delle foto che presentiamo su Instagram.

Una volta che hai guardato abbastanza dati di ricerca aggregati, diventa difficile prendere tutto quello che passa sui social, ma soprattutto chi li pubblica. Certo, non tutti possiamo diventare degli analisti dei dati dei motori di ricerca, ma quel siero della verità che è Google possiamo utilizzarlo tutti.

Ogni volta che i social ci tendono un agguato e sentiamo l’invidia scorrere veloce nelle nostre vene, basterà andare su Google e fare la cosa che abbiamo sempre fatto: digitare parole in attesa che il completamento automatico del motore di ricerca ci suggerisca le altre persone cosa ricercano di più di solito.

Questo ci offre un netto e chiaro contrasto con i social media, dove sembra che tanti, tra party esclusivi e bella vita, vivano in una perenne vacanza ai Caraibi.

in Maggio 12, 2017

#Instagram

  • Strawberry Rome Forever 🍓
(avevo fame)
  • Criticare l'attuale algoritmo di Instagram davanti ai responsabili nazionali di #Instagram e #Facebook: fatto ✔️
Se mi bannano sapete perché. Questa foto di @humansoftukulti sarà l'unica testimonianza 😂
  • Ho visto che c'era il sole ed ho pensato di andare al mare 🌊☀️
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  • In questi giorni si parla tanto di giovani. Non so se si tratti di una strategia politica o altro, ma posso dire che quando sono con loro mi illumino (e questa foto lo dimostra) 💡
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  • Ma che parlamm' a fa?
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  • Non sono tipo da frasi fatte e da mimose, quindi ho optato per una guantiera di sfogliatelle calde ❤️
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  • Internet Is boring
(a special postcard from Rome)
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  • Lookin' at future 🌠
Nun teng niente a vedè cu' nisciuno ❤️✊
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  • Il ritmo è qualcosa che ti viene dall'anima. A volte pare bordello, ma solo perché rispecchia quello che tu tieni dentro e provi a tirare fuori per farlo sentire agli altri.
La comunicazione è ritmo
🥁💓
  • Ma secondo voi, si può fare il pranzo della domenica con una vista così?
Mi si è riempito subito lo stomaco d'amore, di vita, di bellezza ancora prima di cominciare a mangiare.
E pensare che ero lì per lavoro.
Che bella Capri la domenica mattina, che bella la primavera! 🌷🏝️😍
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  • Col tempo sono diventato di indole meno punk e più jazz 🥁
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  • Stamm turnann •
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